Homo sum, ma di quel che è umano non ricordo una mazza.

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Cronaca. Fuori piove, nell’incostanza dei miliardi di anni in cui buio fu, luce fu, poi fummo noi. La pioggia mi ricorda che durante il primo temporale dell’umanità, gli uomini si riunirono in una spelonca e daje de pietra, daje de paglia, si fece un gran bel fuoco e attorno a questo fuoco gli uomini decisero che potevano incontrarsi. Potevano portare l’uno il cervo, l’altro la lepre, potevano dividersi le bacche e regalarsi monili di conchiglie, potevano sedersi e raccontarsi, e la protoparrucchiera di turno poteva mettere mano alle folte chiome delle prime donne e chiacchierare con loro e impicciarsi dei loro compagni villosi. Uno scenario splendido, in cui si faceva comunità. In cui la comunità nacque, e decise che assieme si stava meglio, così Tizio scese dagli alberi, Caio la smise di rubare le tane agli orsi, e tutti assieme appassionatamente misero su un bel villaggio.

Oggi quando piove non è più così. Oggi ci si rintana nelle proprie case, ognuno con i propri fumetti, libri, videogames. Sui social. Sulle dating app – ancora ci credete? Ci si rintana su Amazon, come sto facendo io, che incrocio i costi e le recensioni dei violini, perché da Sherlock Holmes fatta e finita col mio prossimo stipendio me lo prenderò, eccome se me lo prenderò. Ci si ammucchia e struscia in sé stessi, nel proprio autoreferenzialismo, nel cinismo imperante del “fatemi fare i cazzi miei e non vi chiederò il perché dei cazzi vostri”.

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Incrocio le gambe, voglio raccontarvi di un aneddoto. Mi sento Irma Selma, mentre ho i vostri occhi puntati addosso. Vorrei fingere che l’acqua nel bicchiere sia vodka, vorrei indossare degli occhiali da sole, vorrei non vedere la lapidazione che mi tocca perché, sospirando, sto facendo ammissione delle mie debolezze.

Non riesco più ad avere un rapporto normalmente umano – umanamente normale. Accidenti, gli unici con cui riesco a parlare davanti a un caffè sono i miei colleghi e i miei clienti. Io lo dico: è lolloso, frustrante, confuso, felice. Lo è da quando, a 14 anni, quindi nel mezzo del cammino della mia attuale vita, il mio allora miglior amico la smise di aspettarmi fuori da scuola perché doveva fare California Dream in chat con ragazze che abitavano dall’altra parte del mondo. “Te vis il mio sics pacc, te vis?”- mi ero rotta allora e sono rotta adesso. Eppure, accettando la sconfitta e desiderando così ardentemente far parte di qualcosa, finisco comunque per farvi i grattini all’Ego, nell’illusa speranza che la smettiate di parlarmi del superfocoso coso muscoloso che vi smoina su Badoo e si esca a ballare samba (sono una sambera mica male. Non lo sa nessuno perché ballo con me stessa).

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Che poi siamo tutti pazzi, o meglio, tutti normalmente pazzi, io e voi, solo che alcuni convivono bene coi propri tratti personali, altri invece si flagellerebbero, o nell’indecisione flagellerebbero gli altri. Faccio outing: so di essere istrionica. Non eccessivamente istrionica, non alla Malgioglio, ma lo sono. Mi fai un complimento? Mi inchino. Ho un bisogno fisico di stare al centro dell’attenzione, perché così la dopamina mi pervade. E chissene frega. Se uno nasce istrione, o lo diventa, può darsi alla politica, alle PR, al teatro, può diventare un coach, può insegnare public speaking. S’appizzino tutti quelli che lottano per una normalizzazione – che poi è appiattimento – delle personalità. W gli introversi, i narcisisti, i bipolari che sanno convivere con se stessi. Che sanno trarre il meglio dalle proprie debolezze e chessò, farne una professione. Un vanto. Un dipinto.

E da brava istriona fiera di esserlo, da brava reporter mancata, dovevo necessariamente mettere in luce questo fatto straordinario, questo scoop, a testimonianza che la digital golden age sta portando di nuovo l’umanità alla deriva.

Non mi ricordo cosa significhi ricevere un vero abbraccio, anche se mi mandate gli abbracci per e-mail. Non mi ricordo cosa significhi poter folleggiare assieme, anche se si sparano stronzate a chili su Whatsapp. Non mi ricordo cosa significhi riempire gli spazi vuoti delle dita, e vedo le mie mani tutti i giorni, frenetiche, correre sulla tastiera. Non ricordo più cosa significhi confessarsi un segreto: è più facile aprirsi con gli sconosciuti sul Tinder che non ho. Il sapere di poter piangere sulla spalla di qualcuno. Il ridere sfrenatamente senza essere giudicata. Il prendere le valigie e andare da qualche parte con qualcuno, e non perché ci sono gli sconti afiçionados di Booking.

Sono sola, ma lo siete desolatamente anche voi. Esco e vedo gruppi di amici seduti a un tavolo, che parla di niente e intanto ognuno di loro fissa lo schermo del telefonino.

Abbiamo imparato a non avere problemi, non facendoci più problemi, e disinteressandoci dei problemi, ma sbirciando il/la ragazzo/a che ci interessa dalle foto che posta su Instagram e spolliciando cuori per far sentire che ci siamo.

Se questa è rivoluzione, se questa è evoluzione, voglio chiedere al mio capo di spostarmi nel distaccamento ai margini della foresta Amazzonica. Scherzavo, mandami a Copacabana, che OOO posso palleggiare coi Michel Gomes di turno.

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Parlando di cose serie, voi come state?

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. J ha detto:

    Grazie per averlo chiesto… in qualità di stalker mi sento innanzitutto in dovere di farti i complimenti per come scrivi.
    Condivido la tua linea di pensiero e mi sento un po’ vittima (tipo le fashion victim ma in versione disagio), di contro non faccio molto per cambiare la situazione perchè mi è più comodo non cercarmi guai.
    I rapporti umani, quelli veri intendo, sono come i panda: non sono in via d’estinzione ma ci sono sempre meno esemplari in natura.
    Personalmente sono combattuto, l’istinto di provare ad uscire dal guscio c’é ancora ma -come ricorda il buon Homer J. Simpson- “tentare è il primo passo verso il fallimento”. E io ho il terrore di fallire, dopo tanti tentativi qui la fiducia scarseggia…
    Quanto ti devo per la seduta?

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  2. Federica Nobile ha detto:

    Un bicchiere di vino basta e avanza dear. Sul fallire, fallisco sempre. Ma non mi arrendo mai. All’inizio era peggio perché dovevo sempre andare in giro da sola e avevo paura. Già in due non ne avrei avuta, figurati in gruppo. Poi, subentra l’abitudine. Che è un contentino, perché ammetto che non è quello che voglio: sono figlia del caso, mi piace la festa, adoro la compagnia.
    Mi sa che ora ti devo foraggiare io. Ci vediamo in un luogo poco pettine a pareggiare il conto.

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