Manuale di sopravvivenza per SMM sbarbati, prima parte.

Ieri sera ho ricevuto un messaggio. Anzi, ieri sera ho ricevuto un S.O.S. :

“Fede, c’è questo cliente che ha una pagina Facebook e mi ha chiesto di creare dei contenuti per lui…”

Fin qui tutto bene. All’apparenza. Se sei stato un freelancer almeno una volta nella tua vita, subito ti sorgeranno una sfilza di domande con cui tempestare il povero malcapitato. Ma attendi, non t’impicci ancora, non fai la sborona.

Ti segni mentalmente le domande da porre alla fine di tutta la spiegazione.

“…però non vuole spendere…”

Altolà. Fammi capire Miguel, sei borracho o cosa? Ogni volta che odo una cosa del genere, mi pare di mandare giù una noce di cocco intera. A quel punto, vorrei dire la mia ma non posso.

“…a meno che non veda i risultati.”

anger 1

Prima che i neuroni tutti si lancino da una scogliera, cerco di raccogliere un po’ di orgoglio per chi come me fa questo lavoro da abbastanza tempo da aver capito che no, non è un gioco e non lo sarà mai, per rispondere al mio amico:

“Scusami, ma tu hai pattuito un fee per le tue creazioni e prestazioni?”

La risposta è talmente ovvia che evito di trascriverla.

E così, quando avevo già un piede a letto e già mi sfregavo le mani al pensiero che avrei visto la puntata 6 della seconda serie di Sense8, mi sono rimboccata le maniche e ho stilato un preventivo. Uno completo, con enunciato tutto il mansionario e relativo tariffario.

Ora, ragazzi, voi che siete rimasti a combattere sul campo minato della partita Iva, dovete tenere alta la bandiera. Dovete. Perché se al mondo esistono persone che si svegliano una mattina e dicono – cito testualmente parole realmente udite – “Tanto l’advertising sui social è il più economico, investiamo in questo”, bene, da queste persone dovete scappare a gambe levate.

Perché? Eccovi le 5 Reasons Why. Che in cuor vostro già conoscete, ma faticate ad ammettere.

  1. Fare budget plan sui social è, oggettivamente, difficilissimo. Chi dice il contrario non sa né in cosa consista la profilazione del target, né quanto tempo occorra per fare una deep cult research, né quanto sia dispendioso lanciare della campagne di test, monitorarle con continuità e registrare le singole performance per raccogliere a parte tutti i parametri che saranno utile per la definizione di campagne successive.
  2. Narra una leggenda metropolitana che occorrano cinque minuti su Photoshop per creare un’immagine da postare. Sappiamo, lavorando con persone che hanno dimenticato i colori delle cose viste alla luce del sole, che in cinque minuti, se va bene, decido quale sia il formato più performante. Segue un brainstorming per definire concept e linee guida per un visual content che spacchi. Tempo stimato: sai com’è, “piano piano, buono buono”.
  3. “Tutti fanno i social, quindi posso chiedere a mio cugino di aiutarti.” è una frase per cui riaprirei il processo alle streghe. Non conosco bravi social media manager che non posseggano uno starter pack composto da: conoscenze in ambito marketing, intuizione, sensibilità per le dinamiche sociali, capacità di analisi.
  4. Se qualcuno è disposto a spendere 2000 Euro per una borsa, ma ne vuole spendere 20 per un’inserzione su Facebook, si ritroverà poi a spenderne un altro millino per una consulenza. Che non farete voi.
  5. Smettiamola con questa storia che i social media manager sono dei digital factotum. Se sapessi tirare su siti, newsletter, fare affiliation e ads campaign mentre gestisco 20 canali aziendali e procreo immagini e video a mazzette, sarei una divinità e mi chiamerei Kali. Dove non arrivo io, per fortuna arrivano altri professionisti specializzati in un digital qualcos’altro, che fanno le cose a modo e mi aiutano a ottenere risultati che da sola posso solo sognare. Il team working è essenziale. Tanti cervelli, tante energie, risultati migliori.

Ora, occorre la seconda elementare per comprendere che pattuire un pagamento sulla base dei risultati non collima con quello che, banalmente, si definisce “rispetto per il lavoro altrui”.

anger 2

Ma ormai il danno era fatto, e occorreva trovare una via d’uscita. Le strade erano, essenzialmente, due:

  • prendere il primo volo per il Brasile e darsi per dispersi;
  • rinegoziare il significato di “risultato”.

Non vi ruberò altro tempo. Volevo solo farvi sapere che vi sono vicina, e che non vi avrei lasciati da soli contro l’Idra di Lerna.

Nell’eventualità in cui in futuro, un futuro in cui voi siete molto junior e il mondo vuole a tutti i costi mettervi alla prova per vedere se siete persone su cui investire o meno, e per farlo cerca di tirare sui prezzi, voi reagite come farebbe quel gran figo di Nick Naylor: rinegoziate il concetto di “risultato”.

Perché dal mio umilissimo punto di vista, è già un risultato che una persona, per imparare una professione, abbia scelto voi coi vostri 5 like alla pagina e tutti da parte dei vostri “cuggini”, invece che sostenere un colloquio presso una multinazionale che li formi di barba e di capello, e senza che ci rimettano di tasca loro.

Vado. Mi raccomando, bandiera in alto sempre, bianca mai.

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